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Non possiamo controllare tutto, ma possiamo esserci mentre crescono. (di Sara Galli - mamma)

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  La strage di Crans-Montana ci ha messo davanti non solo a un evento drammatico, ma anche a uno specchio: quello del modo in cui, come adulti e come società, parliamo degli adolescenti quando finiscono al centro dell’attenzione. Di fronte a una tragedia, il discorso pubblico si è rapidamente riempito di giudizi e colpevolizzazioni: “erano incollati al telefono”, “se la sono cercata”, “non hanno capito il pericolo” . Parole che sembrano offrire spiegazioni, ma che spesso servono soprattutto a rassicurare noi adulti, a creare una distanza di sicurezza tra “noi” e “loro”, tra chi pensa di essere prudente e chi viene dipinto come irresponsabile. Viviamo in un tempo che tende a immaginare una crescita a rischio zero, sostenuta dalla tecnologia, dal controllo costante, dalla possibilità di sapere sempre dove sono i ragazzi e cosa stanno facendo. Quando questo controllo fallisce, perché inevitabilmente fallisce, la reazione non è interrogarsi sui limiti di questa illusione di sicurezza, ...