Non possiamo controllare tutto, ma possiamo esserci mentre crescono. (di Sara Galli - mamma)

 


La strage di Crans-Montana ci ha messo davanti non solo a un evento drammatico, ma anche a uno specchio: quello del modo in cui, come adulti e come società, parliamo degli adolescenti quando finiscono al centro dell’attenzione. Di fronte a una tragedia, il discorso pubblico si è rapidamente riempito di giudizi e colpevolizzazioni: “erano incollati al telefono”, “se la sono cercata”, “non hanno capito il pericolo”. Parole che sembrano offrire spiegazioni, ma che spesso servono soprattutto a rassicurare noi adulti, a creare una distanza di sicurezza tra “noi” e “loro”, tra chi pensa di essere prudente e chi viene dipinto come irresponsabile.
Viviamo in un tempo che tende a immaginare una crescita a rischio zero, sostenuta dalla tecnologia, dal controllo costante, dalla possibilità di sapere sempre dove sono i ragazzi e cosa stanno facendo. Quando questo controllo fallisce, perché inevitabilmente fallisce, la reazione non è interrogarsi sui limiti di questa illusione di sicurezza, ma cercare un colpevole (va detto con chiarezza che, nel caso della strage di Crans-Montana, le responsabilità chiamano in causa la sicurezza, la struttura, le scelte e le omissioni degli adulti).
A volte invece il bersaglio diventano gli adolescenti, ritenuti incapaci, distratti, immaturi.
Ma crescere non significa eliminare il rischio. Crescere significa, al contrario, imparare a stare nel rischio in modo sempre più consapevole, fare esperienza del limite, dell’errore, dell’imprevisto. Il compito del genitore non è costruire un mondo perfettamente sicuro, perché un mondo così non esiste, ma aiutare i ragazzi a sviluppare gli strumenti necessari per affrontare la realtà, che sarà sempre in parte imprevedibile, complessa, non completamente controllabile.
Educare oggi significa stare dentro una tensione che non può essere risolta una volta per tutte, ma solo abitata. Da una parte c’è la necessità di dare fiducia, di riconoscere e sostenere il bisogno dei nostri figli di separarsi progressivamente da noi e di costruire la propria identità. Dall’altra parte resta fondamentale essere un porto sicuro: porre regole, confini e limiti chiari, continuando a essere adulti presenti, coerenti, capaci di reggere anche il conflitto.
Questi due movimenti non sono opposti, anche se spesso vengono vissuti come tali. Fiducia e limite non si escludono: si tengono insieme. E tenerli insieme è forse uno degli aspetti più faticosi dell’educare oggi, soprattutto in una cultura che oscilla continuamente tra iperprotezione e delega totale.
Forse, tornando allo specchio da cui siamo partiti, è proprio qui che si gioca la responsabilità più grande. Come adulti vorremmo, e dovremmo, offrire ai ragazzi un mondo sicuro. È un desiderio legittimo, profondo, necessario. Ma diventa ingannevole quando si trasforma nell’illusione che quel mondo possa essere totalmente controllabile, prevedibile, privo di imprevisti. Nessuna regola, nessuna tecnologia, nessuna vigilanza continua può cancellare del tutto il rischio.
Educare oggi, in fondo, non significa scegliere tra proteggere o lasciare andare. Significa accompagnare con coraggio dentro un mondo imperfetto, sapendo che il nostro compito non è impedire ai ragazzi di vivere ma esserci mentre imparano a farlo.
La vicenda di Crans-Montana ci interroga anche su questo: quanto siamo disposti, come adulti, a restare dentro questa fatica senza rifugiarci nel giudizio? Quanto sappiamo riconoscere che l’adolescenza è, per sua natura, una fase di esplorazione, di sperimentazione, di esposizione al rischio, e che il nostro compito non è azzerarla, ma accompagnarla?
Dobbiamo invece accettare questa verità scomoda: che, nonostante la cura, l’attenzione e l’impegno, l’imprevisto può accadere. Offrire sicurezza non vuol dire promettere che non succederà mai nulla, ma essere disposti a restare presenti prima, durante e dopo, senza cercare colpe facili per proteggerci dalla paura.

Sara

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