Non vince una contrada, vince la sana competizione. (di Simone Cusini - pedagogista, insegnante e ... contradaiolo)

 


Il Carnevale è da sempre una tradizione e un appuntamento capace di coinvolgere profondamente l’intera comunità di Livigno e Trepalle. Dai bambini travestiti alle famiglie mascherate a tema, dai coscritti dell’anno ai gruppi e alle associazioni, fino alle contrade che, con impegno e dedizione, costruiscono il proprio carro allegorico curandolo nei minimi dettagli: tutto contribuisce a rendere la sfilata un momento unico e sorprendente, capace di emozionare adulti e bambini.

In prima persona ho sempre scelto di mettermi in gioco per questo evento, dando tutto me stesso per raggiungere, insieme alla mia contrada, il risultato migliore. In sedici anni di esperienza ho visto sfilare tantissimi carri, nascere idee nuove, gruppi e contrade trasformarsi. Ho visto ragazzi discutere animatamente su quale fosse il movimento migliore, e persone scegliere – secondo il proprio gusto – il carro più bello.
Perché sì, alla fine il Carnevale è anche competizione.
Una giuria esterna al paese assegna punteggi in base a diversi aspetti del carro – meccanico, tecnico, estetico e scenografico – decretando un vincitore. A questi si aggiungono i punteggi delle sfide e del sonetto, che completano la classifica finale e proclamano la contrada vincitrice.
Questo è, in sintesi, il funzionamento “tecnico” del Carnevale di Livigno e Trepalle. Ma, da contradaiolo e carrista veterano, sento il bisogno di affermare che non è solo questo.
È molto, molto di più.
Vedere giovani e adulti che ogni anno mettono a disposizione il proprio tempo – la sera dopo il lavoro o nei ritagli di giornata – per realizzare qualcosa per la comunità e per i bambini è qualcosa di impagabile. All’interno del gruppo si crea un’energia unica, anche se limitata nel tempo: ci si supporta, ci si confronta, si discute tra mille idee diverse. Ognuno mette in campo le proprie capacità, che siano artistiche, meccaniche o organizzative. E, soprattutto, i più esperti hanno l’opportunità di trasmettere competenze manuali e pratiche ai più giovani.
È questo il valore più prezioso che il Carnevale ci offre e che dovremmo custodire anno dopo anno, affinché questa tradizione possa continuare ad alimentare il nostro senso di comunità.
Quest’anno, purtroppo, ho percepito in modo più evidente rispetto al passato che la competizione ha preso un po’ il sopravvento, diventando il centro delle discussioni.
Tra le contrade si è respirato un clima di astio, di lamentele reciproche, di scarsa unione.
Questo mi ha fatto riflettere profondamente e mi ha spinto a scrivere queste righe: non per polemizzare, ma per testimoniare ciò che ho vissuto in questi sedici anni e per lanciare un messaggio chiaro.
Non trasformiamo il Carnevale in una mera competizione tra contrade, dove ciò che conta è soltanto la classifica finale. Se vogliamo che questa tradizione prosegua negli anni e resti un punto di incontro per la nostra comunità, dobbiamo difendere e sostenere la volontà di ogni contradaiolo di mettersi in gioco, offrendo il meglio di sé e collaborando con gli altri.
La giuria, la classifica e i carri cambiano ogni anno. Ciò che non può e non deve cambiare è lo spirito che unisce giovani e adulti, la coesione tra le contrade, il rispetto reciproco. La competizione ha il suo valore, certo, ma deve essere un motore che alimenta la voglia di fare bene, non un elemento che divide.
Deve rimanere una competizione sana, fondata sul rispetto e sul sostegno reciproco, se vogliamo che il Carnevale continui a essere un luogo di incontro, di crescita e di partecipazione gratuita, mossa dalla passione.
Non togliamo al Carnevale ciò che ogni anno ci regala di più prezioso: creatività, unione, confronto, senso di comunità e divertimento autentico.
Se in questi sedici anni lo spirito del Carnevale non è mai cambiato, significa che conta più di qualsiasi classifica o contrada vincitrice. Ne sono convinto. E mi auguro che sapremo difendere questa tradizione per le prossime generazioni, offrendo loro momenti in cui si impara a crescere sporcandosi le mani e scegliendo di mettersi in gioco, al di là del risultato finale.
E concludo con una provocazione:
se non esistessero una giuria, un carro e una contrada vincitori, partecipereste comunque al Carnevale in maniera attiva?
Se la risposta è sì, allora il Carnevale è salvo.

Simone

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