In tutta sincerità... (di Sandy Cusini - educatore)
Oggi giorno, viviamo
immersi in un mondo che chiede continuamente di apparire.
Apparire competenti, attivi, presenti, brillanti, insomma perfetti! Me ne rendo conto passeggiando per strada, ascoltando la radio, guardando la Tv, e ovviamente scrollando i social sul telefono. Mi accorgo sempre più che tutto deve essere mostrato, raccontato, condiviso. Tutto deve rientrare in certi canoni perché il diverso purtroppo spaventa…
Proprio l’altro giorno al lavoro ero immerso nei pensieri quando un bambino a scuola mi si è avvicinato e quasi come avesse appena letto il riassunto della mia mente, guardandomi negli occhi, mi ha chiesto come stavo. Una domanda che spesso diamo per scontata, ma che in quel momento arrivava dritta al petto come una freccia che centra appieno il suo bersaglio.
«Che fatica!» avrei voluto rispondere, «mi sembra che il mondo, qui, stia correndo alla velocità della luce, ed io oltre a non avere le forze necessarie non so nemmeno da che parte stia correndo», eppure dalla mia bocca è uscito un semplice: «bene dai, anche se potrebbe sempre andare meglio sai…e tu?». La sua risposta invece è stata tutt’altro che banale: «Bene dai, mille impegni e mille cose da fare, ma tutto bene…Ma sei sicuro? Di solito quando passi per il corridoio sei super entusiasta e ti si sente fino in fondo alla classe…». Lì per lì, purtroppo, non ho avuto il tempo per rispondere in maniera approfondita, ma quella risposta mi ha completamente aperto gli occhi.
Chi lavora con i bambini lo sa bene: i bambini percepiscono subito quando ciò che vivono è autentico e quando, invece, è solo una falsa apparenza. Sono dei super detective quando si tratta di cercare e riconoscere le emozioni che noi adulti mascheriamo e proprio su questo volevo trarre alcune considerazioni. I bambini non cercano adulti impeccabili, ma semplicemente adulti veri. Cercano persone che non recitano un ruolo, che non hanno sempre la risposta pronta, che non eccellono obbligatoriamente; cercano persone che sanno fermarsi, ascoltare, ammettere un limite e a volte sì, che sappiano mostrare le proprie fragilità. E questo si riflette nel nostro lavoro. Nella relazione educativa la verità conta più di tutte le teorie. Conta più un gesto coerente che mille parole, più una presenza silenziosa che un’attività spettacolare.
L’educazione non è una performance, ma un incontro.
Ogni singolo incontro richiede tempo, attenzione e semplicità.
In un contesto che ci stimola continuamente, che spinge verso il “fare di più” e il “mostrare meglio”, penso che scegliere la veridicità diventi quasi un atto fuori dal comune. Ecco, forse, la chiave di una buona relazione educativa: essere sinceri, che significa accettare che non tutto debba brillare per avere valore e che una buona relazione nasce dalle piccole cose, dai piccoli gesti che compiamo nella coerenza del nostro essere, e che costruiamo passo dopo passo, lentamente senza fare gara tra di noi a chi lo fa meglio. E allora mi domando: In un tempo che ci chiede costantemente di mostrarsi, siamo ancora disposti a chiederci quanto spazio lasciamo all’autenticità sincera, quella che non fa scena ma lascia traccia?
Apparire competenti, attivi, presenti, brillanti, insomma perfetti! Me ne rendo conto passeggiando per strada, ascoltando la radio, guardando la Tv, e ovviamente scrollando i social sul telefono. Mi accorgo sempre più che tutto deve essere mostrato, raccontato, condiviso. Tutto deve rientrare in certi canoni perché il diverso purtroppo spaventa…
Proprio l’altro giorno al lavoro ero immerso nei pensieri quando un bambino a scuola mi si è avvicinato e quasi come avesse appena letto il riassunto della mia mente, guardandomi negli occhi, mi ha chiesto come stavo. Una domanda che spesso diamo per scontata, ma che in quel momento arrivava dritta al petto come una freccia che centra appieno il suo bersaglio.
«Che fatica!» avrei voluto rispondere, «mi sembra che il mondo, qui, stia correndo alla velocità della luce, ed io oltre a non avere le forze necessarie non so nemmeno da che parte stia correndo», eppure dalla mia bocca è uscito un semplice: «bene dai, anche se potrebbe sempre andare meglio sai…e tu?». La sua risposta invece è stata tutt’altro che banale: «Bene dai, mille impegni e mille cose da fare, ma tutto bene…Ma sei sicuro? Di solito quando passi per il corridoio sei super entusiasta e ti si sente fino in fondo alla classe…». Lì per lì, purtroppo, non ho avuto il tempo per rispondere in maniera approfondita, ma quella risposta mi ha completamente aperto gli occhi.
Chi lavora con i bambini lo sa bene: i bambini percepiscono subito quando ciò che vivono è autentico e quando, invece, è solo una falsa apparenza. Sono dei super detective quando si tratta di cercare e riconoscere le emozioni che noi adulti mascheriamo e proprio su questo volevo trarre alcune considerazioni. I bambini non cercano adulti impeccabili, ma semplicemente adulti veri. Cercano persone che non recitano un ruolo, che non hanno sempre la risposta pronta, che non eccellono obbligatoriamente; cercano persone che sanno fermarsi, ascoltare, ammettere un limite e a volte sì, che sappiano mostrare le proprie fragilità. E questo si riflette nel nostro lavoro. Nella relazione educativa la verità conta più di tutte le teorie. Conta più un gesto coerente che mille parole, più una presenza silenziosa che un’attività spettacolare.
L’educazione non è una performance, ma un incontro.
Ogni singolo incontro richiede tempo, attenzione e semplicità.
In un contesto che ci stimola continuamente, che spinge verso il “fare di più” e il “mostrare meglio”, penso che scegliere la veridicità diventi quasi un atto fuori dal comune. Ecco, forse, la chiave di una buona relazione educativa: essere sinceri, che significa accettare che non tutto debba brillare per avere valore e che una buona relazione nasce dalle piccole cose, dai piccoli gesti che compiamo nella coerenza del nostro essere, e che costruiamo passo dopo passo, lentamente senza fare gara tra di noi a chi lo fa meglio. E allora mi domando: In un tempo che ci chiede costantemente di mostrarsi, siamo ancora disposti a chiederci quanto spazio lasciamo all’autenticità sincera, quella che non fa scena ma lascia traccia?

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