Accogliere la vulnerabilità: fa paura, ma cura. (di Beatrice Pradella - psicologa)
Qualche settimana fa ho
avuto l’opportunità di partecipare a un incontro del Gruppo AMA (Auto Mutuo
Aiuto) per famigliari di persone con disagio psichico di Livigno, un’iniziativa promossa dall’Associazione Navicella in
collaborazione con i Servizi di Salute Mentale, rivolta alle famiglie di
persone che vivono un disagio psichico.
Il Gruppo AMA
rappresenta uno spazio di ascolto, confronto e sostegno, in cui i familiari
possono condividere le proprie esperienze, trovare forza nella reciprocità e
sentirsi accolti in un clima non giudicante.
Per me, la
partecipazione a questo incontro è stata una preziosa occasione di riflessione
su diversi temi legati alla salute mentale e mi ha spinto a interrogarmi in
modo più profondo su alcune dinamiche che riguardano la nostra vita di
comunità.
Viviamo a Livigno, un
piccolo paese di montagna, ed è proprio in questo contesto che emerge un
paradosso interessante dal punto di vista psicologico e sociale: nonostante la
vicinanza, il fatto di conoscersi tutti e di condividere una rete di relazioni
molto fitta, spesso risulta difficile avvicinarsi a chi soffre, restare
presenti e disponibili nei confronti di chi sta attraversando un momento
complesso e delicato della propria vita.
Talvolta sembra più
semplice evitare lo sguardo di una persona, cambiare strada per non
incontrarla, accennare un sorriso imbarazzato e allontanarsi, pur di non
confrontarsi con la vulnerabilità. Questa difficoltà non deriva soltanto dalla
timidezza o dal timore di risultare invadenti, ma affonda le radici in fattori culturali
e psicologici più profondi. Da un lato, chi soffre porta spesso con sé un
pregiudizio radicato: l’idea che “i panni sporchi si lavino in casa propria”,
che chiedere aiuto sia un segno di debolezza e che mostrare le proprie
fragilità sia rischioso o socialmente inopportuno. Dall’altro lato, ci sono
persone consapevoli della sofferenza altrui che, tuttavia, evitano il confronto
con essa, la fatica dell’ascolto, il semplice gesto di porre una domanda
sincera o di offrire una presenza gentile.
Questo atteggiamento è
anche il riflesso di una società che richiede costantemente di essere forti,
performanti ed efficienti. Fin dall’infanzia e dall’adolescenza apprendiamo,
spesso in modo implicito, che le emozioni difficili vadano controllate,
minimizzate o nascoste. Così, lentamente, ciascuno finisce per chiudersi nel
proprio silenzio, e anche chi sta intorno tende a fare lo stesso.
In questo senso,
educare alla salute mentale significa promuovere fin da giovani la capacità di
riconoscere le emozioni, di dare loro un nome e di accettare i momenti di
difficoltà come parte integrante dell’esperienza umana. Significa anche educare
all’ascolto, all’empatia e alla cura delle relazioni.
Credo fermamente che la
capacità di mostrarsi vulnerabili e di chiedere aiuto rappresenti un segno di
grande coraggio, consapevolezza e intelligenza emotiva. Quando una comunità
impara a riconoscere e accogliere le difficoltà altrui senza giudizio, si crea
uno spazio sicuro in cui le persone possono sostenersi reciprocamente. È
proprio questo lo spazio che il Gruppo AMA propone: un luogo in cui condividere
le fatiche, normalizzare il vissuto di sofferenza e sentirsi parte di qualcosa
di autentico.
Mi chiedo allora come
sia possibile superare questa resistenza culturale. Forse il primo passo è
rendere la vulnerabilità e la cura reciproca esperienze quotidiane, attraverso
piccoli gesti di attenzione verso gli altri e verso sé stessi. Mostrarsi per ciò
che si è, ascoltare davvero chi ci è vicino, chiedere «Come stai?» prestando sincera
attenzione alla risposta: sono azioni semplici, ma capaci di trasformare
profondamente il modo in cui una comunità vive e si prende cura delle persone
che la abitano.

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