Tutto il mondo è paese (di Nemo - viandante in terra di Spagna)

 


Non sono importanti il mio nome, la mia età o la mia provenienza…

Dopo anni passati a immaginare di viaggiare lontano, sono partito. Lontano da casa, con uno zaino sulle spalle e tanta voglia di perdermi, sorprendermi, ritrovarmi, mettermi in discussione, ascoltare e fare domande.

È passato ormai un mese e poco più da quando cammino. Ho avuto l’onore di incontrare una miriade di persone, ognuna con la propria storia e il proprio modo di stare al mondo. Ho attraversato luoghi magnifici, di quelli che ti lasciano senza parole, perché trovare quelle giuste per descriverli sembra quasi impossibile.

Sono partito lasciandomi alle spalle tutto ciò che ormai conoscevo fin troppo bene: le dinamiche familiari e di coppia, il lavoro, i colleghi, gli amici, i problemi, le mansioni, gli impegni.

Me li sono lasciati alle spalle, almeno per un po’. Non sto scappando, non provo rabbia e non rinnego nulla. Riconosco il valore di tutte queste cose, le stesse che mi hanno fatto crescere e che hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Eppure, quando si parte, si pensa di allontanarsi davvero da ciò che si conosce. In parte è così. Ma, viaggiando, mi sono accorto che alcune persone, certi luoghi, dinamiche, sguardi e comportamenti possono ricordarti casa in maniera sconcertante.

Non voglio parlare di morale, di giusto o sbagliato, di bello o brutto, di piacevole o orribile. Non sono venuto al mondo per giudicare. Preferisco osservare, ascoltare e cercare di capire.

Eppure, più cammino, più mi accorgo di quanto certi schemi si ripetano e di quanto alcuni vissuti siano simili, anche quando tutto il resto sembra diverso.

Adulti convinti di avere la verità in tasca. Persone di qualche anno più grandi che ti snobbano soltanto perché sei più piccolo. Giovani e adulti cinici, pronti a lamentarsi di qualsiasi cosa, ma che allo stesso tempo non muovono un dito per provare a cambiarla. Paesani diffidenti nei confronti dei nuovi arrivati, di chi viene da fuori.

Cerco di capire questo mondo. E quando parlo di mondo, non mi riferisco soltanto ai luoghi che attraversiamo, ma soprattutto alle persone e agli esseri viventi che lo abitano. Cerco di comprenderlo, di osservare ciò che accade senza fermarmi alla prima impressione.

Ma, a volte, mi domando: perché dovrei accettare tutto questo? Perché dovrei finire anch’io per seguire gli stessi schemi?

Penso, per esempio, all’uomo di cinquant’anni e passa che mi dice che fare l’istruttore di snowboard non è un vero lavoro, che fare l’educatore nelle scuole è inutile. Secondo lui, lavorare la terra ereditata da tre generazioni, rinunciare ai viaggi, all’istruzione e al sapere è qualcosa di più nobile e utile. E, sempre secondo lui, è anche per colpa di persone come me che il mondo sta andando in malora.

Lo ascolto e cerco di capire.

“Scusa” se il mondo che mi ritrovo oggi tra le mani è un groviglio complicatissimo e caotico.

“Scusa” se scelgo di viaggiare e godermi questo giro di giostra a modo mio, senza sentirmi obbligato a sacrificare vent’anni della mia vita per fare qualcosa che non mi piace, soltanto perché ne sento il dovere o perché qualcun altro lo considera l’unico percorso possibile.

Poi ci sono i ragazzi più grandi, quelli che sembrano lottare continuamente per essere visti, riconosciuti, considerati. E mi ritrovo ad ascoltare discorsi che, a modo loro, raccontano altre contraddizioni: «Viaggio con lo zaino, però voglio l’hotel con la camera singola, perché non sopporto chi russa. Ho bisogno della mia privacy, del Wi-Fi, del comfort».

Anche qui, cerco di capire. Non credo che desiderare comodità sia sbagliato, né che dormire in una camerata renda qualcuno un viaggiatore migliore. Mi colpisce piuttosto il modo in cui, a volte, cerchiamo di vivere un’esperienza nuova senza rinunciare a nulla di ciò che ci è familiare.

E poi ci sono gli anziani che incontro nei villaggi, quelli che mi raccontano di come il Cammino sia cambiato drasticamente negli ultimi anni.

Dicono che non ci siano più viaggiatori, ma soltanto turisti, intenti a catturare con i loro aggeggi moderni panorami che loro hanno sempre avuto davanti agli occhi, gli stessi che hanno accompagnato la vita dei loro genitori e dei loro nonni. Persone così concentrate nel fotografare ogni cosa da dimenticarsi, a volte, di vivere il momento presente.

Anche loro, in fondo, cercano di spiegare il mondo attraverso ciò che hanno vissuto e conosciuto. E, ancora una volta, cerco di capire.

Ma più ascolto queste storie, più mi accorgo che ognuno sembra avere una propria idea di come si dovrebbe vivere. C’è chi considera il sacrificio una virtù irrinunciabile, chi cerca il riconoscimento degli altri, chi rimpiange un passato che non tornerà e chi, come me, prova a cercare una strada diversa.

E allora mi chiedo: dobbiamo davvero finire per riprodurre gli stessi schemi? Siamo destinati a ripetere ciò che abbiamo visto fare, a difendere le convinzioni che abbiamo ereditato, a giudicare chi sceglie una strada diversa dalla nostra?

E soprattutto, quale messaggio vogliamo trasmettere alle nuove generazioni?

Perché, se vogliamo davvero fare la differenza, credo che sia proprio da qui che dobbiamo partire. Non servono necessariamente grandi imprese, rivoluzioni o manifestazioni. Possiamo cominciare dalle piccole cose, dalle persone che abbiamo accanto, dai nostri cari, dagli amici, dal modo in cui ascoltiamo, parliamo e ci relazioniamo agli altri.

Possiamo smettere di presentare le nostre scelte come le uniche giuste, di pretendere che gli altri affrontino gli stessi sacrifici che abbiamo affrontato noi, di confondere la responsabilità con l’obbligo di vivere secondo aspettative che magari non ci appartengono più.

Forse non possiamo cambiare il mondo intero, ma possiamo scegliere quali comportamenti riprodurre e quali, invece, interrompere. Possiamo provare a trasmettere ai più giovani non una strada già tracciata, ma gli strumenti per trovare la propria.

Perché comprendere il mondo non significa doverlo accettare così com’è. E scegliere una strada diversa non significa necessariamente rinnegare quella di chi ci ha preceduto.

Forse significa soltanto riconoscere che esistono altri modi di vivere e avere il coraggio di cercarli, senza pretendere che tutti debbano percorrere lo stesso cammino.

E se ognuno di noi cominciasse davvero da ciò che ha vicino, forse qualcosa, lentamente, potrebbe cambiare.


#spuntidieducazione

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