Fatti i fatti tuoi (o forse no) - di Michele Ricetti (educatore e pedagogista)

 


L’improvvisa scomparsa di un amico, anche se il tempo aveva affievolito i rapporti, mi ha posto ancora una volta di fronte all’eterna domanda: «Si sarebbe potuto fare qualcosa di più?», «C’erano strade che non abbiamo percorso per far arrivare un aiuto?».

Non ho trovato la risposta. Sì, no, forse…

Andando oltre lo specifico avvenimento, sono convinto che se ciascuno di noi, tu che stai leggendo, si facesse un “esame di coscienza”, la risposta ce l’avrebbe dentro, nella testa o nel cuore. Anche perché non sempre l’una va di pari passo con l’altro.

Quante volte, come amici e conoscenti, abbiamo fatto dei tentativi con le persone incontrate nella vita? E quante volte, nella maggior parte dei casi, ci siamo trovati davanti alla libertà dell’altro, che va rispettata anche quando non la comprendiamo, perché va proprio contro l’amor proprio. Ma resta il dubbio: quando il rispetto è rispetto, e quando è solo un modo comodo per tirarsi indietro?

La recente “Giornata mondiale della Salute mentale” mi ha fatto riflettere su temi come alcol, droga, gioco e sesso – spesso palliativi proprio perché qualcosa non ci torna -, soprattutto quando coinvolgono persone e conoscenti a cui siamo legati e mi rendo conto che ci mettono ancora in difficoltà. Probabilmente lo faranno sempre. Non perché siano tabù: per fortuna tanti sono affrontati con serietà e professionalità. Ma molti altri sono ancora oscuri, nascosti, relegati alla dimensione familiare, e portano dentro drammi, pesantezze, pianti e sofferenze. Nascosti non perché sconosciuti, ma perché mettono in crisi soprattutto le persone vicine.

L’alcol è il più bastardo. Sdoganato per mille ragioni, ma in certe persone esercita un fascino mortale, perché ha il potere di anestetizzare la mente e, per un momento, rendere leggero il cuore. Ma questo connubio distrugge tutto, ogni giorno sempre di più.

La droga è quella per cui nell’immaginario classico ti fa dire: «ma sì, una canna non ha mai ucciso nessuno». Il problema non è la canna in sé, ma l’illusione che una pippata ti renda “un figo”, che una pasticca ti faccia vivere la serata più indimenticabile di sempre. Passato tutto ti ritrovi solo, al freddo e perso, con il desiderio di non sentirti mai più così.

Il gioco lo conosciamo tutti, ancora più sdoganato dell’alcol: lo Stato lo pubblicizza, personaggi famosi ne diventano testimonial, come per farti credere che la vincita sia dietro l’angolo. Poi arriva «gioca responsabilmente», e ci si pulisce la bocca. Si gioca così tanto che non lo si fa più alle macchinette del bar, in mezzo agli altri, ma chiusi in bagno in attesa della fortuna.

E il sesso… quello del triste «tanto vende del proprio», del «qual è il problema? Pago». Eppure, nasconde tutt’altro. Nasconde così tante motivazioni che, se scoperchiate, farebbero rattristare anche il più spavaldo.

Tutto questo non succede solo a Milano o a Roma, per dire due città a caso (e così abbiamo la coscienza a posto). Succede ovunque ci siano una domanda e un’offerta. Succede anche da noi.

Resto convinto che non sia facile tendere la mano e nemmeno, soprattutto, avere il coraggio di chiedere aiuto. Non è facile perché spesso ci fa paura la reazione dell’altro: «Fatti i fatti tuoi», «Chi ti ha chiesto niente?». Oppure il classico «Tutto ok». Oppure, forse ancora più spiazzante, la persona scoppia a piangere e comincia a dire cose che ti fanno pensare: «Ma chi me l’ha fatto fare? Non potevo farmi gli affari miei?».

Sono certo che in queste righe in tanti si ritrovino. Ma sono altrettanto certo che, qualunque sia la reazione, la domanda smuove sempre qualcosa. Sempre.

Non risolveremo il problema in un batter d’occhio… ma se diventassimo tutti un pochino più umani, forse potremmo cambiare il corso della storia di qualcuno, accogliendo quel pianto oppure restando seduti su quel divano…anche se diventa scomodo.



#spuntidieducazione

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