Quando il dolore non conosce confini (di Alessandra Longa - psicologa clinica)

 


Ci sono tragedie che sembrano allargare il loro raggio d’azione ben oltre le persone direttamente coinvolte. 
Accade spesso nelle piccole comunità, come la nostra, dove una perdita improvvisa non colpisce soltanto familiari e amici, ma lascia un senso di smarrimento più diffuso. 
Molte persone si scoprono più scosse di quanto si sarebbero aspettate, e spesso emerge persino una sorta di esitazione: è normale sentirsi così coinvolti, se quelle persone non facevano quotidianamente parte della nostra vita? 
Credo che sia una domanda legittima. Una domanda che ci porta a riflettere su come mai alcune vicende riescano a toccarci così profondamente anche quando non conoscevamo personalmente chi ne è stato protagonista. 
Non viviamo le tragedie soltanto attraverso i legami che abbiamo costruito. Le viviamo anche attraverso le storie, i significati e i punti di contatto che, spesso senza accorgercene, riconosciamo in esse. 
A volte non è tanto la persona in sé a colpirci, quanto la parte della sua storia in cui riconosciamo qualcosa della nostra: un’età che sentiamo vicina. Una relazione che ci ricorda qualcuno che amiamo, una situazione che, con poche differenze, avrebbe potuto appartenere anche alla nostra vita. 
È così che la distanza tra “loro” e “noi” si riduce. 
Dal punto di vista psicologico, questo processo è profondamente umano. Davanti a eventi improvvisi e difficili da comprendere, la mente cerca spontaneamente connessioni, somiglianze e significati. Non per appropriarsi del dolore altrui, ma per provare a dare un senso a qualcosa che ci mette di fronte alla parte più fragile dell’esperienza umana. 
Ed è forse qui che si trova uno degli aspetti più difficili di queste tragedie. 
Oltre al dolore per ciò che è accaduto, ci confrontiamo con qualcosa che nella vita quotidiana tendiamo a lasciare sullo sfondo: la nostra vulnerabilità. Ci ricordiamo che la vita è molto più fragile di quanto tendiamo a percepire. 
Quando poi le persone coinvolte sono giovani, questa consapevolezza diventa ancora più difficile da tenere a distanza. Perché ci porta a guardare non solo ciò che è stato perso, ma anche tutto ciò che sembrava ancora possibile. 
Sentirsi toccati da queste vicende non significa appropriarsi del dolore di chi resta. Significa riconoscere che la sofferenza umana non si ferma ai confini delle nostre relazioni più strette.  E che la fragilità della vita, quando si manifesta in modo così evidente, riesce a parlare a molti, anche a chi osserva da lontano.

Alessandra

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