Imparare ad amare senza dimenticarsi di sé. (di Lucia Guidi - dottoressa in scienze e tecniche psicologiche)

 


Amare qualcuno ci fa bene o, a volte, può farci soffrire? 
E quando possiamo dire che è troppo o troppo poco?
Sono domande che mi pongo spesso, perché l’amore è un sentimento che mi ha sempre affascinata e sul quale credo ci sia ancora tanto da riflettere.
Il 10 ottobre era la Giornata mondiale della salute mentale e mi sono ritrovata a pensare anche a quanto, nelle relazioni che viviamo, ci prendiamo davvero cura di noi stessi.
Spesso parliamo di quanto sia importante amare gli altri, esserci per loro e dimostrare ciò che proviamo. Ma quanto spazio lasciamo a noi stessi mentre lo facciamo? E quanto ricordiamo che anche i nostri bisogni, le nostre emozioni e il nostro benessere meritano attenzione?
Spesso sento dire: «Non c’è più l’amore di una volta». Quell’amore fatto di lettere scritte a mano, di attese e di piccoli gesti romantici. Ma siamo sicuri che oggi siamo meno capaci di amare?
Sono cambiate la società, le abitudini e il modo in cui comunichiamo. Oggi scriviamo meno lettere e più messaggi, ma questo non significa che l’amore abbia perso il suo valore. Sono cambiate le modalità con cui lo esprimiamo, non necessariamente ciò che proviamo.
E allora mi chiedo: quanto del nostro modo di amare dipende da ciò che abbiamo imparato?
Cresciamo osservando gli altri e i modelli relazionali che ci circondano. Impariamo a prenderci cura, a esserci, a dare e a ricevere. Ma possiamo anche interiorizzare comportamenti e aspettative che, a volte, ci portano a mettere i bisogni degli altri davanti ai nostri.
E forse è proprio qui che nasce un’altra domanda: mentre impariamo ad amare gli altri, impariamo anche ad amare noi stessi?
A volte, nel desiderio di rendere felici le persone a cui vogliamo bene, rischiamo di dimenticarci di noi, come se amare significasse dover dare sempre qualcosa, anche quando facciamo fatica a riconoscere ciò di cui abbiamo bisogno. Eppure, possiamo amare profondamente qualcuno senza trascurare noi stessi, riconoscendo i nostri limiti e imparando a distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci ferisce.
Questo non significa che esista un unico modo di amare. Possiamo amare un partner, un amico, un genitore, un figlio o un animale: ogni legame è diverso, proprio come le persone che lo vivono. Credo, però, che amare significhi anche poter essere sé stessi all’interno di una relazione, senza dover rinunciare ai propri bisogni o alla propria libertà. L’amore dovrebbe essere uno spazio in cui sentirsi accolti e rispettati, non una giustificazione per il controllo o per comportamenti che ci fanno stare male.
Non ho tutte le risposte alle domande che mi pongo. So soltanto che l’amore è un sentimento dalle mille sfaccettature, capace di farci stare bene, metterci alla prova e aiutarci a crescere.
Forse dovremmo fermarci più spesso a riflettere non soltanto su quanto amiamo le persone che fanno parte della nostra vita, ma anche su ciò che abbiamo imparato sull’amore e su quanto spazio lasciamo a noi stessi mentre lo viviamo.
Perché imparare ad amare potrebbe significare anche imparare a non dimenticarsi di sé.


#spuntidieducazione


Commenti

Post popolari in questo blog

Accogliere la vulnerabilità: fa paura, ma cura. (di Beatrice Pradella - psicologa)

Metamorfosi (di Giovanni Napoli - educatore)

Avvicinati. Poi giudica pure (di Luna Corvi - assistente sociale)